In principio fu la Lazio, che arrivò a imbarcare otto calciatori sul piroscafo Conte Verde. Erano gli anni ’30, era la “Brasilazio”. Da quasi un secolo, il Brasile è considerato - a ragione - la patria del calcio, ma l’appeal dei calciatori brasiliani, nel corso degli ultimi anni, si è perso. Il potere economico dei club italiani è diminuito drasticamente, le prime scelte preferiscono sposare altri sodalizi e altri progetti, gli anni d’oro della Serie A appartiene al passato.

“Zico o Austria!”, recitava uno striscione esposto a Udine nell’estate del 1983. Era il periodo più florido del nostro campionato che già aveva avuto modo di conoscere fiori di campioni negli anni ’60 con Altafini, Amarildo, Sormani, Jair, Julinho.

Mercato chiuso... mercato aperto - La chiusura delle frontiere dopo l’umiliazione rimediata dalla Corea del Nord ai Mondiali inglesi del 1966, impedì ai club italiani di “saccheggiare” il calcio brasiliano: costretti a sognare - ma non a ingaggiare - Pelè e Garrincha, i presidenti italiani si scatenarono negli anni ’80, alla riapertura delle frontiere con gli acquisti di Falcao, Zico, Junior, Edinho, Dunga e Cerezo.

Da quel momento in poi i calciatori vennero considerati uno status symbol da parte dei club, pronti a investire cifre esorbitanti, ricambiati da prestazioni da top player. Rare le eccezioni, come l’anarchico Socrates, o il viveur Joao Batista, protagonista sulle piste da ballo della Capitale piuttosto che sul terreno di gioco.

Gli anni ’90 continuarono sulla stessa lunghezza d’onda, l’arrivo del portiere Taffarel a Parma fu un “atto rivoluzionario”, l’ingaggio di Aldair, Cafù e Roberto Carlos da parte di Roma e Inter furono la certificazione della crescita del calcio brasiliano, anche nei ruoli difensivi.

Il Fenomeno vero - Il momento più alto, senza dubbio, fu l’acquisto di Luis Nazario da Lima, ovvero Ronaldo da parte dell’Inter. Il club di Moratti scatenò un’asta con la Lazio, riuscendo a spuntarla grazie al pesante intervento dello sponsor Pirelli. Fu quello il punto di non ritorno, il momento in cui anche le squadre spagnole (Barcellona e Real Madrid su tutte) iniziarono a investire pesantemente in Brasile.

Ma con l’avvento degli anni 2000, il calciatore brasiliano ha via via perso quota nel campionato italiano; Maicon, Pato e Kakà, possono essere considerati gli ultimi campioni di spicco prima dell’inizio del declino della bandiera verde-oro, almeno nei ruoli offensivi; estinta la figura apicale del numero dieci, i brasiliani sono stati protagonisti in ruoli differenti, ma i calciatori sudamericani hanno perso quella centralità del progetto calcistico delle squadre italiane che avevano avuto nei tre decenni precedenti.

L’ultimo fuoriclasse, e può apparire un paradosso, è stato il portiere della Roma Alisson, passato due stagioni fa al Liverpool.

E’ lontano il tempo in cui le società italiane costruivano le proprie squadre intorno ai fuoriclasse brasiliani; il mercato è diventato sempre più aggressivo, le quotazioni dei giocatori sono schizzate alle stelle, e bastano già poche presenze nel Brasilerão per ottenere una valutazione di decine di milioni di euro, ed è così che i club italiani si stanno allontanando sempre più da quel mondo che un tempo sembrava dorato; oggi sono pochi i giocatori brasiliani protagonisti della Serie A, e nessuno - di fatto - ha un ruolo apicale all’interno delle loro stesse squadre.

Pochi e discontinui - Nella Juventus, ancora favorita per le scommesse serie A l’unico titolare inamovibile è Alex Sandro, un buon giocatore che non ha rispettato pienamente le aspettative iniziali. Douglas Costa fa la spola tra campo e panchina, e non ha mai avuto continuità nella squadra campione d’Italia. Nella Lazio seconda in classifica, Lucas Leiva è un giocatore fondamentale, ma lontano dall’essere considerato alla stregua di Milinkovic, Luis Alberto e Immobile.

La globalizzazione e il momento economico che attraversa il calcio italiano ha allontanato i migliori giocatori brasiliani dal nostro campionato; i top players sudamericani oggi scelgono la Premier League, la Liga spagnola, fin anche il campionato russo o cinese andando a caccia di facili guadagni.

Guardando la rosa della Nazionale brasiliana, soltanto tre giocatori giocano in Italia; Alex Sandro e Danilo della Juventus, e Paquetà del Milan che in rossonero viene spesso relegato in panchina. Il resto del gruppo della Seleçao gioca in Inghilterra e Spagna, paesi che calcisticamente - negli ultimi anni - hanno preso il largo a livello finanziario rispetto a Italia, Germania e Francia ed in serie A il miglior brasiliano per rendimento è Joao Pedro!

Ma anche i giocatori brasiliani hanno perso la loro valenza: il PSG di Neymar, Thiago Silva e Marquinhos domina in Francia, ma in Champions League, per il momento, non è andato mai oltre i quarti di finale. Del resto, anche la Nazionale, nelle ultime quattro edizioni dei Mondiali in tre occasioni si è fermata ai quarti, mentre nel Campionato del Mondo del 2014 giocato in casa, la sconfitta in semifinale per 7-1 contro la Germania ha segnato la fine di un’epoca.

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*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

Sull'autore
Di
simone pieretti

Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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