Undici trofei conquistati in tre anni e mezzo - effettivi - da allenatore del Real Madrid. Un unicum, secondo solamente al grande Miguel Muñoz, vincitore per 14 volte, ma in un arco temporale durato 15 stagioni.


L'allenatore, per intendervi, degli "Anni d'oro”, come cantavano gli 883, dal 1960 al 1974. E che trofei, per Zizou: 3 Coppe dei Campioni, una in più di Muñoz e record condiviso con Bob Paisley al Liverpool e Carlo Ancelotti.
Tuttavia, nessuno può dire di averle vinte tutte in fila come ha fatto il francese dal 2016 al 2018. E, ancora, due Supercoppe Europee, altrettanti Mondiali per Club (il terzo non l'ha vinto solo per la pausa nella prima parte della stagione 2018-2019), due campionati e due Supercoppe spagnole, queste ultime due competizioni, fresche fresche di stagione.
L'ultima Liga, poi, ha avuto una soddisfazione doppia perché conquistata in rimonta sugli acerrimi nemici del Barcellona. Fatte tutte queste premesse e ricordandosi il "genio" qual era da giocatore vien da chiedersi: Zidane, meglio da allenatore o da calciatore? Qui si sprofonda nella filosofia più mistica del mondo del calcio. 

Quei record sottovalutati

Ma occorre fare una premessa immediata: una reale risposta non esiste. Il fatto è che "mister" Zidane, ricalca in toto quello che il giocoliere di origini berbere è stato sul rettangolo verde: uno che trasformava in banali le giocate tecnicamente più difficili.
E tutto questo senza mai lasciarsi trasportare dalle emozioni o tradire particolari atteggiamenti. Una sfinge inespressiva, che però infondeva tranquillità ai compagni: con lui, c'era da starne certi, il pallone era in cassaforte.

L'inglorioso finale di carriera da calciatore, con quella testata a Marco Materazzi nel 2006, non rappresentava per nulla (o quasi) il suo abituale modo di essere, che si infuocava solo nelle rare occasioni in cui da Zinédine si trasfirmava in Yazid (il suo secondo nome), lasciando spazio all'orgoglio algerino, presente in qualche meandro del suo cuore.

E i suoi successi da tecnico arrivano proprio dalla strada della compostezza: i giocatori che allena lo guardano come un faro abbagliante (eccezion fatta per il bizzoso Gareth Bale) e Zizou trasmette loro la cultura della vittoria.

Senza urla, né particolari ostentazioni, vince tutti i trofei quotati dalle scommesse calcio: "vai è gioca largo attaccando gli spazi", spiega a Dani Carvajal; "sei pronto a essere ovunque a metà campo e a cercare nei corridoi i movimenti degli attaccanti", indottrina gente come Isco o Fede Valverde. "Là davanti, sentiti il re", lascia così libero di esprimersi Karim Benzema.

Quindi, dopo la vittoria al triplice fischio, si presenta in conferenza e parla quasi a bassa voce, toccando tutti i temi della partita disputata. Stando sempre nel suo. Eppure media e opinione pubblica per i pur bravissimi Jürgen Klopp e Pep Guardiola, certamenti più avvezzi alle telecamere, all'essere a loro modo "personaggi", creatori di un nuovo stile.

Rendere banali le cose più difficili

Zidane, in questo senso, nonostante gli straordinari record ottenuti in così poco tempo da allenatore, è stato sempre inspiegabilmente accantonato. Anzi, no. Forse una spiegazione c'è: e non è certo quella - miope - secondo cui si tratti esclusivamente di un "gestore di grandi campioni" e nulla più.

Grattando un po' di più la superficie, si scopre che "mister Zizou" abbia cucito indosso al suo Real la veste perfetta per la mentalità "madridista": il "minimalismo galactico". Che si giochi con un 4-3-3 o un 4-3-2-1, ognuno si esprime con precisione al proprio posto, senza strafare. Ogni giocatore viene indottrinato a dare il meglio nel proprio ruolo, lavorando sodo sulle distrazioni a cui, talvolta, i grandi campioni in una grande squadra incappano, magari per eccesso di zelo.

E tutto questo con o senza un campione come Cristiano Ronaldo: chi scende in campo, tra i Blancos, sa di essere stato scelto da "uno che la sa lunga su come si vince" e così per Zidane dà tutto. Un personaggio, insomma, che incarna alla perfezione la mentalità vincente madridista. Là dove c'è ossessione, lui ci arriva con la sicurezza in se stesso e nei propri mezzi a disposizione: in questo senso, Zidane è meglio di José Mourinho.
 

Nell'intervallo della finale Champions 2016-2017 contro la Juventus, con le quote delle scommesse sportive in grande equilibrio, negli spogliatoi del Millennium Stadium di Cardiff, prima lascia sedere i propri giocatori, agitati per il punteggio di 1-1, poi rassetta il pavimento trascinando verso il muro le bottigliette coi piedi; quindi lascia passare altri minuti e poi parla alla squadra sottolineando anzitutto una cosa: "Se farete come vi dico io, un gol in più della Juventus, vedrete che lo segnerete".

Per le Merengues andò anche meglio rispetto a quanto pronosticato da Zizou. Panacea di tutte le esigenze madridiste: lo si è capito quando ha ripreso le redini della situazione compromessa dalle gestioni Julen Lopetegui. Di questo passo, Zinédine può diventare - molto presto sulla tabella di marcia - l'allenatore più vincente di sempre nella storia del Real, il club più prestigioso per antonomasia.  

*L'immagine di apertura è di Avell Golovkin (AP Photo).

Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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