Per fortuna del calcio italiano, Ivan Lukjanovič Verchovod, soldato dell’Armata Rossa e padre di Pietro, decise di non tornare in patria ma restare in Italia dopo essere stato prigioniero (a Bolzano, Pisa e Modena) durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Fiero esponente della scuola italiana di difensori, tanto da essere uno degli ultimi che possono vantare di aver ricoperto il ruolo dello stopper, Pietro Vierchowod si è portato dietro durante tutta la sua carriera una peculiarità: ha vinto praticamente ovunque, e parliamo comunque di un calciatore che ha vestito addirittura 10 maglie diverse in 25 anni di carriera. A corredare tutto le 562 presenze in Serie A.

Vierchowod ha cominciato a farsi notare al Como in Serie C, campionato che vince con i lariani e successo che bissa successivamente con la serie cadetta, arrivando così nel palcoscenico della massima serie italiana. Dopo la Serie D con la Romanese, è praticamente così che inizia la serie di successi della glorioso carriera dello Zar di Calcinate. 

La base per arrivare alla Roma in prestito dalla Sampdoria e vincere lo scudetto nella stagione 1982 – 1983, ma non prima di vincere il Mondiale nella spedizione in Spagna nel 1982 (anche se non giocò mai a causa di un infortunio). 

Dopo i colori giallorossi, bandiera per 12 anni della Sampdoria, ovviamente quella squadra blucerchiata che portò a casa 4 Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e il magico scudetto con Vialli e Mancini. Ultimo dei trofei vinti? La Champions League con la Juventus nel ’96, un dettaglio non da poco. quasi un talismano dato che risulta ancora l’ultima messa in bacheca dai bianconeri. 

Il successo in Champions a Roma!

Non nascerà un altro Pietro Vierchowod. “Gli occhi di Pietro” potrebbe essere il titolo di un romanzo, o perché no proprio un almanacco del calcio dagli anni ’80 fino ai 2000. L’era in cui il difensore, con rigore e disciplina (tramandate dal padre), oltre a sano agonismo, ha rincorso i migliori giocatori di quel periodo storico di pallone. 
Ha marcato Van Basten e Ronaldo. Bettega e Boninsegna, ma anche Vieri, Inzaghi e Batistuta. 

Lo Zar e Pagliuca

Sempre con una costante, la capacità di intimidire tutti per stile e prepotenza fisica, ma propri tutti, compresi i compagni di squadra, tanto da anelare diverse litigate “pubbliche” con i compagni. 

Il testimone migliore di queste digressioni d Vierchowod? Beh, sicuramente Gianluca Pagliuca, portierone con il quale non sbocciò mai un rapporto di simpatia. Diversi gli episodi, come ad esempio l’uscita non perfetta in una partita contro il Foggia, replicata da un’uscita altrettanto imperfetta di Vierchowod alla stampa: “Il Pagliuca dell’anno scorso avrebbe parato quel gol”.

Un astio che pone le radici prima, in un Sampdoria – Lazio quando un’altra uscita indecisa di Pagliuca provoca la reazione del difensore che lo riprende in area ad alti decibel, con lo stesso Pagliuca che poi rincorse il collega agitando il pugno alzato. L’apice forse in Ungheria, in Coppa Campioni contro l’Honved (squadra che poi Pietro allenerà): dopo un regalo del portiere all’attaccante avversario, le tv ripresero la discussione animata dei due a fine partita, terminata a sorpresa per le scommesse calcio 2-1 per i padroni di casa.

L’era doriana con Bersellini in panchina ha impegnato il tecnico non solo sul campo o durante le partite. Bersellini ha dovuto fare i conti con le risse e i rapporti oltre i limiti del litigioso di Pietro prima con lo scozzese Souness e poi con Alessandro Renica, con il quale lo Zar arrivò letteralmente alle mani. Episodio che incrinò alcune logiche di spogliatoio e convinse Renica a cambiare aria, lontano da Genova.    

Pietro Vierchowod ha vestito la maglia numero 8 in Nazionale, quando la numerazione andava per ruoli ed in ordine alfabetico. Nelle sue contraddizioni e qualità, Vierchowod resterà un giocatore inimitabile, unico, non replicabile nel calcio contemporaneo. Un pezzo di storia del calcio, parola di chi di numeri 8 se ne intende.  


*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer; l'immagine di Massimo Sambucetti (AP Photo).

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