Roberto Mancini e Gianluca Vialli, un binomio così inscindibile che sembra che i due in carriera abbiano giocato solo assieme. Semplice capire perché, considerando che la coppia d’oro del calcio italiano ha regalato gioie e sogni alla Sampdoria per anni, da quando nel 1984 il centravanti di Cremona ha raggiunto il fantasista di Jesi al Ferraris.

Otto anni di grande calcio, con uno Scudetto, tre Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa delle Coppe in bacheca, con il solo neo di non aver sollevato la Coppa dei Campioni nella finalissima di Wembley nel 1992, persa contro il Barcellona con il goal del neotecnico Koaman. Dopo quella partita, Vialli si trasferisce alla Juventus. E al Mancio non resta altro che trovarsi un nuovo gemello del gol. Impresa non semplice, ma alla fin fine neanche impossibile.

Senza il gemello

Il primo anno dell’era post-Vialli e post-Boskov vede Mancini reggere su di sé quasi tutto il peso dell’attacco della Sampdoria. La squadra affidata ad Eriksson circonda il Mancio di giovani di buone speranze (Bellucci, Amoruso, Bertarelli) e gli affianca anche un grande vecchio come Buso, entrato nell'operazione di mercato che ha portato il gemello del gol a Torino.

Alla fine però i ragazzi giocano poco e l’ex Fiorentina entra in rotta con l’allenatore, quindi alla fine quello che gioca di più assieme al numero 10 è Enrico Chiesa. Il talento cresciuto nelle giovanili però non è ancora il bomber implacabile che tutti conoscono e nella stagione 1992/93 segna appena un gol, contro i 15 di Mancini.

L’anno successivo la Samp si rafforza e il reparto offensivo vede due aggiunte di livello internazionale. Chiesa va di nuovo a farsi le ossa in prestito, Buso è stato ceduto ma assieme a Bellucci, Amoruso, Bertarelli stavolta ci sono due calciatori sui generis. David Platt è un trequartista, anche se in carriera ha sempre segnato abbastanza. Ruud Gullit invece gioca un po’ dove vuole, ma la porta la vede eccome.

Non è un caso che quella Sampdoria, che rimane orfana del presidentissimo Paolo Mantovani, arrivi terza in classifica vincendo anche la Coppa Italia. Il Tulipano Nero segna 18 gol tra Serie A e coppa, mentre l’inglese sfiora la doppia cifra in campionato. E Mancio, che nel frattempo è diventato capitano, ci mette del suo con 12 marcature.

Quanti scambi con il Milan

La stagione 1994/95 è molto particolare. Gullit dopo appena una stagione a Genova torna al Milan, ma i rapporti con i rossoneri, con cui si era già separato tra le polemiche, non migliorano. E quindi a dicembre Melli, che era arrivato per l’olandese, torna a Milanello, mentre il Pallone d’Oro 1987 fa il percorso inverso.

Peccato che Gullit non possa giocare in Coppa delle Coppe, avendo già giocato in Champions con il Milan, e che Bertarelli si infortuni gravemente. Senza più Amoruso, il peso dell’attacco ricade di nuovo sulle spalle del Mancio, che fa 12 gol tra campionato e coppe. In campionato la Samp arriva ottava, mentre l’avventura europea termina in semifinale contro l’Arsenal ai calci di rigore.

Altro anno, altra rivoluzione. Nell’estate 1995 Gullit e Platt lasciano la Sampdoria, così come Bertarelli. In compenso però arriva Filippo Maniero dal Padova e soprattutto torna Enrico Chiesa, che nella stagione precedente era stato in prestito alla Cremonese facendo benissimo. L’attaccante genovese dimostra che gli anni in giro per l’Italia sono serviti eccome, andando a segno ben 22 volte, firmando reti di pregevole fattura! 

La coppia con Mancini fa sognare la Genova blucerchiata e il numero 10, come al solito, ci mette il suo importantissimo contributo segnando le… solite 12 reti, a cui vanno aggiunte le sei di Maniero. 

Il mercato decide però di separare la nuova coppia d’oro, perché Chiesa viene ceduto al Parma. In compenso al suo posto arriva (dal Genoa!) un altro attaccante dall’incredibile fiuto del gol: Vincenzo Montella.

L’aeroplanino di Pomigliano d’Arco non fa rimpiangere il suo predecessore e anche grazie agli assist di Mancini segna 22 gol in 28 partite, arrivando secondo in classifica marcatori dietro a Pippo Inzaghi e facendo segnare il miglior risultato di sempre da parte di un esordiente italiano in Serie A. Anche Mancio però segna di più, chiudendo quella che è la sua ultima stagione alla Sampdoria con un bottino di 15 reti.

Un nuovo capitolo

Nella stagione 1997/98 Eriksson diventa allenatore della Lazio e decide di portare con sé due calciatori già avuti a Genova: Jugovic e Mancini. In biancoceleste Mancio potrebbe fare scintille assieme a Beppe Signori, ma il tre volte capocannoniere non trova l’intesa con il tecnico e viene ceduto a metà stagione proprio alla Samp.

La Lazio, che fino all’anno prima era stata di Zeman e poi brevemente di Zoff, ha in organico parecchi attaccanti. C’è Rambaudi, ma soprattutto ci sono Casiraghi e Bokšić.

Il croato però subisce un grave infortunio che gli impedisce di prendere parte alle due finali che quella Lazio si gioca, oltre che a Francia ’98, nel quale la sua Croazia andrà oltre le previsione dei pronostici e consigli scommesse sportive. È dunque accanto a Casiraghi che Mancini vince la Coppa Italia battendo in finale il Milan e poi perde la finale di UEFA contro l’Inter di Ronaldo. Per lui nella prima stagione biancoceleste 9 gol, ma parecchi meriti nei 15 di Bokšić e di Nedved, che attaccante non è ma si giova della presenza del numero 10.

L’anno successivo Mancini arretra un po’ il suo raggio di azione in campo, ma più che questione di età dipende dai compagni di reparto. Cragnotti vuole puntare allo scudetto e porta a Roma Marcelo Salas e Christian Vieri.

Mancini e Salas in riscaldamento!

Eriksson decide quindi di sfruttare il suo numero 10 mettendolo dietro le due punte e i risultati sono spettacolari. Lo scudetto sfuma nelle ultime giornate a causa della rimonta del Milan, ma la Lazio fa sua sia la Supercoppa Italiana che l’ultima Coppa delle Coppe, vinta in finale da favoriti per i bookmakers di 888sports contro il Maiorca.

Mancini torna ai suoi classici livelli con le ormai tipiche 12 reti stagionali, mentre i due compagni di squadra fanno meglio. Vieri, che salta l'intera prima parte di stagione, realizza 14 gol, mentre Salas è il capocannoniere della stagione 1998/99 con 23 marcature.

L’appuntamento con il tricolore è solo rimandato, perché nella stagione 1999/2000 la Lazio si aggiudica finalmente il suo secondo scudetto. Vieri non c’è più, ceduto all’Inter, ma assieme a Salas in attacco Eriksson schiera una futura bandiera biancoceleste come Simone Inzaghi.

Il Matador è di nuovo il miglior realizzatore in campionato (12), ma l’attuale tecnico laziale è il miglior marcatore stagionale con 19 gol, 9 dei quali in Champions League. Per Mancini, all’ultima stagione in Italia, solo tre reti ma la soddisfazione di vincere scudetto e Coppa Italia prima di annunciare il ritiro.

Gli ultimi partner d’attacco di Mancini, però, non sono Salas e Inzaghi. Nel gennaio 2001 arriva un ripensamento e la scelta di andare a giocare con il Leicester City. Dura appena un mese, appena il tempo di aggiungere alla lista qualche altro nome come quelli di Ade Akinbiyi e di Dean Sturridge. Spetta all’inglese l’onore di essere l’ultimo compagno di reparto di Mancini. E visto chi lo ha preceduto, dovrebbe esserne fiero!

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Carlo Fumagalli e Darko Vojinovic.

Sull'autore
Di
Ermanno Pansa

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

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