Amarsi e dirsi addio. L’esonero di Sarri dalla Juventus è soltanto l’ultimo caso, prevedibile per le scommesse sportive, di un tecnico allontana dopo aver vinto lo scudetto. Era accaduta la stessa cosa l’anno passato, quando il club bianconero decise di avvicendare Allegri, dopo la vittoria del quinto scudetto consecutivo del tecnico livornese. E prima dell'ex fantasista del Pescara- arrivato in corsa alla Juve - c’era stato il divorzio con Antonio Conte, dimessosi dopo un solo giorno di ritiro perché “Non si può mangiare con 10 euro in un ristorante da 100 euro”..

 

Un licenziamento dopo lo scudetto è cosa già successa in casa juventina. Sfogliando i libri di storia calcistica, per trovare un episodio simile è necessario risalire all’inizio degli anni ’30: la squadra del Quinquennio d’oro è allenata da Carlo Carcano, almeno fino al dicembre del 1934. 

L’allenatore di Varese ha vinto quattro titoli consecutivi, ma viene esonerato nel dicembre del 1934 con la squadra a soli due punti dalla vetta della classifica. I motivi dell’avvicendamento all’inizio non furono chiari, la verità emerse diversi anni dopo, tra un’indiscrezione e un commento dei calciatori dell’epoca; alla base dell’allontanamento ci sarebbe stata la volontà del Regime che non tollerava la presunta omosessualità dell’allenatore. La Juventus riuscì a evitare lo scandalo, ma non poté fare nulla davanti alla richiesta della politica.

Quattro anni dopo, un altro allenatore lascia la panchina dell’Ambrosiana (Inter) dopo aver vinto lo scudetto. Il suo nome è Armando Castellazzi, a tutt’oggi è il più giovane tecnico ad aver vinto il titolo italiano; da calciatore ha vinto con la maglia dell’Ambrosiana lo scudetto del primo campionato a girone unico: sulla panchina dei nerazzurri c’è l’ungherese Árpád Weisz. Gioca tre partite in Nazionale, e vince il Mondiale del 1934, disputando la sua unica partita del torneo contro la Spagna. Castellazzi decide di lasciare il mondo del calcio ad appena 34 anni.

In casa nerazzurra non è la prima volta che un tecnico ottiene il massimo risultato e si congeda. E’ già successo nel 1920, quando Vincenzo Resegotti ha scelto di lasciare il sodalizio interista per entrare a far parte della Commissione Tecnica della Nazionale Italiana. Il tecnico ha guidato l’Inter nella stagione 1919-1920, è ancora il campionato di Prima Categoria, un torneo diviso per gironi che contempla una fase finale con tre squadre. Nino Resegotti è nato in Lomellina, e la sua storia è particolare: non ha mai giocato a calcio, e prima di sedersi sulla panchina dell’Inter è stato un arbitro.

Nel 1911 è uno dei membri fondatori dell’Associazione Italiana Arbitri, qualche anno dopo la Federazione lo chiama per far parte della prima Commissione tecnica. Poi accetta la guida dell’Inter, ma quando accarezza la gloria, preferisce tornare in Federazione per prendere parte a una nuova Commissione Tecnica.

Roma e Toro

E’ una scelta di vita, come quella dell’allenatore della Roma Alfréd Schaffer, che appena conquistato lo scudetto del 1942 decide di tornare in patria - in Ungheria - per allenare il Ferencvaros; in tempo di guerra, il destino non gli fu propizio: morì appena tre anni dopo, in Bavaria.

Il secondo dopoguerra è caratterizzato dalle imprese del Grande Torino, ma anche qui, ci sono due avvicendamenti singolari dal club granata che riguardano altrettanti allenatori; il primo a lasciare la squadra di Valentino Mazzola è Luigi Ferrero, il tecnico che vince lo scudetto del 1947: lascia il Toro, sceglie la Fiorentina. L’anno successivo sulla panchina granata arriva Mario Sperone; la squadra segna 125 gol in campionato, travolge ogni avversario che gli si pone davanti. Ma al termine della stagione, Sperone viene avvicendato dal presidente Novo che sceglie l’inglese Lievesley; sarà una mossa che gli salverà la vita.

L’intera squadra - compreso Lievesley - morirà appena un anno dopo nella tragedia di Superga.

Le scelte di vita sono alla base dei numerosi divorzi tra i tecnici scudetti e i loro club; anche lo svedese Nils Liedholm fa parte di questo club: ha appena vinto lo scudetto della stella con il Milan, ha visto dalla panchina  l’ultima partita della carriera di Gianni Rivera. Può bastare. L’allenatore decide di tornare alla Roma e accettare la corte serrata del neo presidente giallorosso Dino Viola. Prenderà lo stesso percorso cinque anni dopo, scegliendo di lasciare la Roma prima della finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool: tra i giallorossi e il trionfo, rimasero soltanto undici metri di distanza.

Trap contesissimo sul mercato

Se ne va dalla Juventus anche Giovanni Trapattoni, icona juventina per un intero decennio; dopo aver vinto il suo sesto scudetto in dieci anni, l’allenatore saluta tutti per accasarsi all’Inter.

Negli anni novanta sulla panchina rossonera irrompe Fabio Capello; vince tutto quello che c’è da vincere, e poi lascia il Milan per andare al Real Madrid, regalando un indicazione che lui stesso non saprà rispettare: “Mai tornare in un posto dove si è stati felici”. Lui torna, rinunciando a un’offerta della Lazio, ma la felicità non sarà più la stessa. E torna anche a Madrid, dopo aver allenato la Juventus vincendo due scudetti che verranno cancellati dalla Procura Federale.

Scudetti veri, e scudetti di cartone. L’attuale tecnico della Nazionale Roberto Mancini festeggia il titolo del 2006 a Riscone di Brunico. E’ il 26 luglio 2006, il commissario straordinario Guido Rossi ribalta il verdetto della giustizia sportiva e ufficializza il quattordicesimo scudetto dei nerazzurri.

Roberto Mancini avrà modo di vincere altri due scudetti sul campo. Ma il sogno di Massimo Moratti si chiama Champions League, e al termine della stagione 2007-2008 esonera l’allenatore pesino per accogliere ad Appiano Gentile il portoghese Josè Mourinho. Anche lo Special One vince, anzi vince tutto per gli appassionati di scommesse calcio e se ne va, scolpendo sul marmo della storia un glorioso Triplete.

*L'immagine di apertura dell'articolo Ã¨ di Luca Bruno (AP Photo).

Sull'autore
Di
simone pieretti

Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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