Immaginarsi Stevan Jovetic con una fisionomia matura, da ultra 35enne, magari con qualche pelo di barba bianco, ci risulta davvero complesso. 
Il ragazzo quasi bambino nei lineamenti che arrivò in Italia, è una fotografia che abbiamo ancora impressa nella mente in maniera nitida, tant’è che è l’unica che riusciamo quasi a ricordare quando parliamo oggi del montenegrino.

Stevan Jovetic ci ha ammaliato, speso resi sospettosi, poi di nuovo ammaliati con qualche giocata, tipo il gol nel 4 a 1 contro l’Inter, ma mai del tutto convinto nella sua interezza nei panni di calciatore fenomenale. 
Per interpretare Jovetic calciatore e Jovetic uomo, appunto, bisogna sciogliere alcuni nodi legati alle grandi contraddizioni che lo hanno perseguitato, almeno a livello di opinione generale, durante la sua carriera.
Parliamo quindi della sfera emotiva e fisica che hanno impregnato la narrazione del sempre giovane montenegrino. 

La contraddizione del ragazzo timido  

Chi non sembrerebbe timido all’arrivo in un Paese di cui non conosci la lingua, caricato di tutte le aspettative di questo mondo, quelle del “talento predestinato”.
Per giunta dopo il primo approccio con l’Italia e la Viola. Un fraintendimento creato da Pantaleo Corvino quando mesi prima dell’acquisto, il direttore decise di invitarlo nelle strutture e negli spogliatoi della squadra che in teoria dovevano essere vuote.

Peccato che Liverani e Donadel si trovarono di passaggio per ricevere delle cure mediche e incrociarono quello che poi sarebbe diventato il loro compagni di squadra. Un episodio che Jovetic definì “ricco di imbarazzo iniziale”.

Facciamo una prova. Provate a ritrovare foto e video del primo Ibrahimovic della Juventus. Per quanto si sforzasse a sembrare sicuro di sé e a proprio agio nel confronto con i media, la sua faccia pulita e priva di qualsiasi accenno di imperfezione (se non l’acne), restituivano l’idea di un ragazzino spaesato, finito dentro qualcosa più grande di lui.

Col tempo invece, Jovetic, almeno dal punto di vista caratteriale, ha fugato qualsiasi dubbio smentendo l’immagine del timido e introverso. Ne è piena dimostrazione un passaggio della famosa intervista a La Gazzetta dello Sport, dove si dimostrò tutt’altro che timido o impacciato fuori dal campo.

“Sono giovane e ambizioso, è normale che possa sentire il bisogno di misurarmi altrove. Non credo ci sia nulla di male nel desiderarlo, e non faccio come altri che fanno casino dietro e poi non si espongono. Firenze e i tifosi viola mi hanno sempre chiesto di metterci la faccia: eccola”.

Una versione sfacciata e sicuramente decisa nelle intenzioni, utile a cancellare l’immagine stereotipata che vuole il montenegrino esile e muto come quando nel 2008 arrivò in Italia. 

Jovetic fragile fisicamente 

Su questo punto nulla da ribadire. Vale la pena più che altro quantificare quanto gli infortuni e i problemi fisici abbiano inclinato la parabola ascendente che ad un certo punto la carriera di Jovetic ha preso. 
Le cifra fanno venire i brividi: dal 2008 al 2015 si parla di 14 infortuni, una perfetta media inglese di 2 problemi a stagione.

Video tratto dalla pagina YouTube di Khamit Temirtas

In Inghilterra al Manchester City addirittura riuscì nell’impresa di farsi male 6 volte in 2 stagioni con un aggregato complessivo di 175 giorni fuori per stop. Si parla di 35 partite saltate in vari periodi delle due stagioni. Una condizione che ha portato Pellegrini a scegliere di optare per l’esclusione del centrocampista offensivo dalla lista per la fase a eliminazione diretta della Champions League nel 2015. Il montenegrino non ha tardato a definire la decisione del manager cileno, con la spontaneità che lo ha contraddistinto, “una decisione che mi ha ucciso”.    

Insomma, l’esperienza al City che avrebbe dovuto fugare i dubbi sulla fenomenalità del calciatore ne ha invece offuscato gli orizzonti, relegando Jovetic alla retorica del bello e incompiuto, al talento di cristallo al quale va offerta un’altra occasione altrove, perché emettere il verdetto finale farebbe male sia a lui che a chi si è innamorato delle sue giocate. Una carneficina calcistica. 

Cosa resterà di Jovetic 

Il responso del campo, cinico e spietato invece, ha restituito proprio l’idea di giocatore eccessivamente sopravvalutato nei momenti di maggior incanto e splendore, oltre che eccessivamente cagionevole per il calcio degli ultimi 20 anni. 

Le esperienze all’Inter, al Monaco e al Siviglia non ci hanno dato la possibilità di smentirci. 

Di Jovetic resterà la magia ammirata con continuità esclusivamente quando ha vestito la maglia numero 8 alla Fiorentina. Un numero magico, lo sappiamo bene, indossato da leggende come Gerrard del Liverpool, squadra preferita per gli amanti delle statistiche relative alle scommesse calcio come vittima sacrificale proprio da Jovetic!

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

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