Di solito, quando si deve dare il nome a un nuovo sport, si sceglie un aspetto caratteristico che lo definisca rispetto agli altri. Ma c’è un caso in cui il nome di una cittadina del Warwickshire è diventato quello di una disciplina molto amata e praticata: il rugby.

La diffusione del rugby in Gran Bretagna

L'arrivo del professionismo nel rugby

Il rugby a 15 e il rugby a 13

La Coppa del Mondo di rugby

L'edizione 1995 in Sudafrica

Il rugby league

Che si chiama così perché è stato codificato alla Rugby School nel 1845, nonostante di sport molto simili ne esistessero parecchi, a partire dal calcio fiorentino. Quello della palla ovale, però, comincia subito a farsi conoscere nell’Inghilterra di metà Ottocento e nel 1863, quando nasce la Football Association, si distanzia dal calcio vero e proprio, continuando a consentire (anzi, a incoraggiare) i giocatori a utilizzare tanto i piedi quanto le mani.

Ma proprio come nel calcio, nei primi tempi, prima che le regole del rugby fossero cristallizzate nel 1871, ogni scuola e ogni club aveva le proprie regole. Quella più controversa era quella dell’hacking, ovvero dello sgambetto o del calcio sulle gambe dell’avversario.

E se proprio l’impossibilità di sgambettare chi è in possesso del pallone è uno dei motivi della frattura con il calcio, nel Regno Unito comincia un vero e proprio movimento d’opinione contro la brutalità della pratica, permessa non solo durante l’azione, ma anche nei confronti di chi si trovava in fuorigioco. Quindi, con la nascita della Rugby Football Union, qualsiasi menzione dell’hacking nel regolamento viene cancellata.

La diffusione del rugby in Gran Bretagna

Proprio con le regole appena stabilite si tiene quindi il primo match internazionale, che neanche a dirlo mette di fronte due squadre (di venti giocatori) inglesi e scozzesi. In compenso, nella patria del rugby questa novitĂ  non piace e infatti la Rugby School entrerĂ  a far parte della federazione solamente nel 1890.

Per quel periodo, il rugby si è già diffuso in tutto il Regno Unito, ma anche nei vari domini britannici al di fuori delle Isole, persino negli angoli più remoti dell’Impero. Non per nulla, il match annuale che oppone Inghilterra e Scozia mette in palio la Calcutta Cup, un trofeo realizzato con 270 rupie d’argento sciolte e donato alla Rugby Union dal club della cittadina indiana, che si scioglie nel 1878 ma così facendo mantiene viva la sua storia quasi 150 anni più tardi.

L'arrivo del professionismo nel rugby

Ma anche in Sudafrica, Australia e in Nuova Zelanda la palla ovale comincia a fare diversi proseliti, nonostante gli australiani creino anche una loro variante (l’Australian Football) che da quelle parti è molto popolare ancora oggi. Nel 1883, otto anni prima l’ingresso della Rugby School nella federazione, si giocano già i match internazionali tra le cosiddette Home Nations (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda), conosciuti come Home Championship, che nel 1910, con l’ingresso della Francia, diventerà il torneo delle Cinque Nazioni.

Di mezzo però c’è uno scisma che porta alla nascita di due tipologie di rugby diverse. E il motivo, come spesso accade, è legato al professionismo.

La Rugby Union non permetteva infatti la formazione di campionati e men che meno la possibilità che gli atleti venissero pagati per giocare. Ma al nord dell’Inghilterra, come in quei frangenti avviene anche nel calcio, nasce un dibattito. Le società decidono di pagare i giocatori (che all’epoca sono nella stragrande maggioranza operai) per il cosiddetto “broken-time”, ovvero il tempo che le partite toglievano al lavoro, causando una diminuzione dello stipendio.

Proprio una frattura su questa tipologia di pagamenti nel 1895 porta 22 club del nord dell’Inghilterra a creare al Northern Union, che nel 1922 si sarebbe poi chiamata la Rugby League.

Il rugby a 15 e il rugby a 13

Le conseguenze dello scisma sono evidenti e durature, al punto che tuttora si fa distinzione tra le due tipologie, che vengono chiamate per spirito di semplificazione rugby a 15 e rugby a 13, anche se i punti di differenza sono diversi e non si limitano al numero di giocatori in campo.

La Rugby League e le sue leghe nazionali in tutto il mondo sono quindi le uniche professionistiche prima della decisione della Rugby Union di effettuare lo stesso passaggio con un secolo di ritardo, nel 1995, quando si iniziano a diffondere le scommesse live anche in questa disciplina.

Già prima del primo conflitto mondiale, si capisce che il rugby ha una portata davvero mondiale, anche aiutato dal fatto che dal 1900 al 1924 è presente ai Giochi Olimpici.

La Coppa del Mondo di rugby

Ma a dimostrarlo chiaramente c’è la crescente fama delle nazionali dell’emisfero australe, in particolare di quella della Nuova Zelanda, che a inizio Novecento comincia a indossare una divisa tutta nera, dando vita alla leggenda degli All Blacks.

Anzi, dopo la Grande Guerra i neozelandesi si imbarcano in un tour europeo da cui emergono imbattuti, segnalando che i rapporti di forza non riguardano solo le Home Nations. Ma anche altrove si comincia a giocare, compresa l’Italia, che crea la sua federazione nel 1928. Eppure ci vogliono parecchi anni prima che si decida di giocare una vera e propria Coppa del Mondo di rugby. Bisogna aspettare il 1987 per la prima edizione, che si disputa in Nuova Zelanda e che vede la vittoria della squadra di casa.

David Kirk alza la prima Coppa del Mondo di Rugby!

L'edizione 1995 in Sudafrica

Il vero punto di rottura col passato, però, è rappresentato dall’edizione 1995, che si tiene in Sudafrica. Gli Springboks fino a quel momento erano stati banditi dalle due coppe precedenti a causa del regime di apartheid e alla loro prima apparizione portano a casa il trofeo, per la gioia di Nelson Mandela.

Le immagini di impatto globale della Coppa del Mondo e il tanto atteso passaggio al professionismo cambiano tutto per il rugby. Nel 1996 nasce il Tri Nations, competizione che vede affrontarsi Nuova Zelanda, Australia e Sudafrica, la risposta dell’emisfero australe al Cinque Nazioni.

Paolo Garbisi con l'ovale contro la Francia

Che comunque pochi anni dopo diventerà Sei Nazioni, grazie all’inserimento dell’Italia, che negli anni Novanta comincia a sfornare giocatori di livello internazionale e che viene ammessa a giocare il celebre torneo nel 2000. Nel 2012 anche il Tri Nations apre a una nuova nazionale ospite, l’Argentina, e cambia nome in The Rugby Championship.

Il rugby league

Ma l’arrivo del professionismo ha parecchie ripercussioni anche a livello di club. La predominanza che per un secolo era stata del rugby a 13, l’unico in cui era permesso pagare i giocatori, è andata man mano scemando, anche se in Inghilterra e in Australia il rugby “league” è ancora seguitissimo anche per le scommesse rugby.

Clermont e Leinster durante la semifinale 2017 dell'European Rugby Champions Cup a Lione!

In compenso sono nati tanti tornei a livello continentale (come la European Champions Cup in Europa) e mondiale (come la United Rugby Championship, che vede partecipare franchigie da Irlanda, Galles, Scozia, Italia e Sudafrica), i cui protagonisti continuano a diffondere l’amore per il rugby in ogni angolo del pianeta. Che in fondo, a ben vederlo, più che sferico…è pur sempre ovale!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo.
 

Sull'autore
Di
Francesco Cavallini

Francesco vive di sport, di storia e di storie di sport. Dai Giochi Olimpici antichi a quelli moderni, dalle corse dei carri a Bisanzio all'Olanda di Cruijff, se c'è competizione o si tiene un punteggio, lui si appassiona sempre e spesso e volentieri ne scrive.

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