Nel ricordare le finali sui 180 minuti, un capitolo a parte merita l’edizione 1991-1992 della Coppa Uefa. Tra le 64 partecipanti ai nastri di partenza, la FIGC presenta 3 squadre: l’Inter, subito eliminata dal Boavista e due affascinanti realtà che scriveranno, proprio in quella stagione, le pagine più belle delle serate europee di Genoa e Torino, con gli attaccanti sudamericani Aguilera e Casagrande sugli scudi!

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Dei ragazzi guidati dall’indimenticabile capitan Signorini rimane nella storia e nella memoria dei tifosi la meravigliosa serata di Anfield, prima di essere superati dall’Ajax ad un passo dalla doppia finalissima. 

Il Toro, invece, “mata” in semifinale il Real Madrid. Erano i granata di Emiliano Mondonico e della sua sedia alzata. Una formazione da sogno coi vari Martín Vázquez, Gianluigi Lentini, Walter Casagrande, Enzo Scifo, Enrico Annoni e tanti altri, risorta dalle ceneri della Serie B, affrontata appena due anni prima. Di fronte, una fucina di giovani campioni, quella dell'Ajax di Louis van Gaal, in un'epoca in cui i club italiani dominavano la scena calcistica continentale.

L'andata - Primo atto al "Delle Alpi" fresco di costruzione, dopo aver ospitato le gare del Brasile ai Mondiali ’90 nel capoluogo piemontese; si gioca davanti a 70.000 tifosi granata, più tifosi, quindi, della semifinale Germania-Inghilterra! Gli olandesi, sbarazzini, passano in vantaggio al quarto d'ora con un gran destro di Wim Jonk che sorprende Marchegiani. La seconda frazione si apre con un Torino più votato all'attacco e che trova la rete del pareggio con Walter Casagrande, che ribadisce in rete la respinta difettosa di Stanley Menzo sulla conclusione di Vincenzino Scifo.

Passano poco più di dieci minuti e Silvano Benedetti si fa ipnotizzare da una finta a rientrare di Dennis Bergkamp che ottiene con tecnica ed astuzia la massima punizione: dagli 11 metri Stefan Pettersson realizza con freddezza, spiazzando Marchegiani, già nel giro della Nazionale. Cinque minuti prima del fischio finale, ci pensa ancora Casagrande, imbeccato da una giocata in verticale di Lentini a superare con la forza di un intero stadio Blind e Menzo. Con il gol del definitivo 2-2, le speranze del Toro restano accese in vista del ritorno, ma, con la regola dei gol in trasferta, solo una vittoria o un pareggio dal 3-3 in avanti sarebbero utili!

 

L'incontro di ritorno - Allo Stadio Olimpico di Amsterdam, dopo 14 giorni, la squadra di van Gaal, priva del genio Bergkamp, sceglie una tattica più difensiva, limitandosi al controllo di palla e puntando solo raramente la porta avversaria difesa da Marchegiani con Pettersson e Brian Roy, che solo qualche mese dopo sbarcherà in A per rinforzare il Foggia, in quella che a distanza di quasi 30 anni è ancora ricordata come la prima operazione del  genio del mercato Mino Raiola. La stessa Ajax, solo 3 anni più tardi, conquisterà una clamorosa vittoria in Champions, superando il Milan, contro ogni pronostico di scommesse calcio.

Il Mondo, rispetto alla partita di andata, recupera Policano sulla sinistra e conferma nel blocco dei titolari il tridente di stranieri di qualità: Martín Vázquez, Scifo e Casao. Massima libertà di svariare alle spalle dell’eclettico centravanti paulista per Gigi Lentini, astro nascente del calcio italiano e prossimo protagonista di un nuovo caso Baggio tra Milan e Juventus, stavolta risolto in favore dei rossoneri. Ancora troppo acerbo, per un incontro del genere, il diciottenne Bobo Vieri, in panchina per tutto l'incontro.

Alla fine a fare la differenza nell’assegnazione del trofeo che completerà la formidabile bacheca delle leggende olandesi saranno alcuni... centimetri! Il Toro ci mette cuore e spirito battagliero, ma le conclusioni di Casagrandre, Roberto Mussi e Gianluca Sordo vengono ribattute, rispettivamente, due volte dal palo ed una dalla traversa. Tra un episodio e l'altro, un rigore netto su Roberto Cravero, non fischiato dall'arbitro jugoslavo Zoran Petrović e che, come segno di protesta, fece alzare al cielo da mister Mondonico, una sedia trovata a bordo campo.

Il segno di protesta  divenne in qualche modo simbolo del Dna granata, un'ulteriore declinazione del "tremendismo", di cui il Mondo era il principale esponente. Quella sedia viene, ancora oggi, ricordata più della coppa sollevata. 

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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