E' esistito un tempo - e pure assai duraturo in cui non era raro trovarsi di fronte all'enigmatica figura del player-manager o, per dirla all'italiana, dell'allenatore-giocatore. Un ruolo improvvisamente scomparso a un certo punto della storia del calcio: quello attuale, anche a fronte di allenatori "decisionisti" alla Mourinho o Simeone, necessita della presenza di assistenti bravi e coordinati.

Troppi aspetti tecnici da curare, rispetto al passato. In epoca recente, il ruolo di "player-manager"  è stato riesumato in un solo particolarissimo caso, che aveva visto impiegato nel doppio ruolo, al Manchester United, un certo Ryan Giggs. Era alla fine della stagione 2013-2014 e l'esperienza - esplicitamente annunciata a tempo determinato - vide il talento gallese scendere in campo - nella duplice veste - una sola volta, quella contro l'Hull City.

Ottenne una sola sconfitta e un buon bottino di 7 punti come "pezza" alla confusionaria annata di David Moyes, in vera difficoltà da immediato successore di sir Alex Ferguson. Dopodiché, il Mago gallese (oggi commissario tecnica della sua nazionale) iniziò a intraprendere la sua gavetta da allenatore vero e proprio da secondo di Louis van Gaal. Quello di Ryan Giggs si è trattato, ad ogni buon conto, dell'unica circostanza di player-manager al Manchester United, favorito dell'Europa League 2020 per le scommesse sportive 888!

I "pilastri" Giles e Dalglish

Un caso, lo ribadiamo, un po' isolato dall'epoca in cui il ruolo di allenatore-giocatore veniva effettivamente preso in seria considerazione. Un tempo collocabile tra gli anni Settanta e i Novanta. Gli esempi, neanche a dirlo, arrivavano quasi sempre da Oltremanica. In Italia se ne ricordano solo un paio. E parecchi anni fa. Armando Picchi col Varese 1968-69 e il cannoniere Giuseppe Meazza con un'Inter non proprio entusiasmante, ancor prima, nel 1946-47.

In Inghilterra, due solide colonne circa questo tipo di carriera, sono rappresentate da Johnny Giles e Kenny Dalglish. Il primo, tra 1973 e il 1980, lo si vide impegnato (unico caso nella storia di questo sport) ad essere il player-manager sia di una squadra di club, il West Bromwich Albion, che della propria Nazionale, l'Irlanda, con cui andò vicino alla qualificazione ai Mondiali di Argentina 1978.

Centrocampista dai piedi fatati ma dal temperamento sanguigno, era uno dei "cocchi" del maledetto Leeds United di Don Revie e colui che più di tutti - insieme a capitan Billy Bremner - maldigerì la scelta del board in favore di Brian Clough dopo l'investitura di Revie a ct inglese. Lo stesso Giles, infatti, si aspettava - così come il resto della squadra - di giocare e allenare a Elland Road. Abbandono prematuramente ogni velleità di tecnico nell'estate 1985 per dedicarsi alla vita di commentatore tecnico.

Non può essere un caso che quasi tutti i player-manager abbiano abbandonato completamente l'attività di allenatore (dopo quella di giocatore) prima dei 50 anni. E' stato così anche per Kenny Dalglish, che nel doppio ruolo, dopo aver sostituito il vecchio tecnico Joe Fagan subito dopo la tragica notte dell'Heysel, contribuì a rimpinguare la bacheca dei trofei del Liverpool, vincendo peraltro l'ultimo campionato - nel 1990 - prima di quello conquistato proprio in questi giorni da Jürgen Klopp.

Fu sconvolto dalla tragedia di Hillsborough, nel 1989, in cui rischiò di perdere il figlio Paul allora dodicenne (poi calciatore di Norwich, Wigan e Kilmarnock ed attuale direttore generale del Miami Fc in MLS). 

Hoddle, Gullit, Vialll e la tradizione Chelsea

Da ricordare anche l'esperienza di Glenn Hoddle, che a inizio anni Novanta portò il piccolo Swindon Town nella neonata Premier League, salvo poi passare, sempre da player-manager al Chelsea, inaugurando la lunga tradizione del giocatore-allenatore in casa Blues.

I "Pensioners" ebbero, nella seconda metà degli anni Novanta, anche Ruud Gullit: il presidente Ken Bates gli tratteggiò il ruolo di libero - da cui poteva vedere tutto l'andamento della squadra - e, al tempo stesso, guida tecnica. L'esperimento funzionò tra FA Cup conquistata da favoriti per le scommesse calcio contro il Boro nel 1997, ma a febbraio del 1998 Bates - che gli rimproverava un'eccessiva arroganza - lo fa "staffettare" con Gianluca Vialli, simbolo del Chelsea italiano in cui c'erano anche Roberto Di Matteo e Gianfranco Zola.

Il Chelsea festeggia la vittoria sul Middlesbrough nel 1997!

Non arriveranno titoli di Premier (il Manchester United di Ferguson era al massimo del suo strapotere, tuttavia ci si potrà "consolare" con una Coppa delle Coppe (quella essenzialmente ricordata per le incredibili imprese del Vicenza) e, tra gli altri successi, una Coppa di Lega e un'altra FA Cup. Dopo un'ultima esperienza al Watford, nel 2001-2002, Vialli molla "logorato - come da lui stesso ammesso - da un ruolo con troppe responsabilità, in cui far convivere le mentalità di calciatore e allenatore, è eccessivamente complicato".

Il raro caso di Attilio Lombardo

Attilio Lombardo è un altro raro caso nel suo genere: soprannominato "Italian Bald Eagle" fu allenatore-giocatore del Crystal Palace in Premier League  (dal 13 marzo al 29 aprile 1998) continuò la sua carriera esclusivamente da calciatore dopo l'esperienza inglese, vincendo un campionato al rush finale con la Lazio per le scommesse Serie A, dopo quelli con Sampdoria e Juventus.

Prima di sposare la causa delle aquile capitoline, non riuscì a salvare le "Eagles" rossoblù del sud di Londra, club di cui - tuttavia - resta a tutt'oggi una vera e propria leggenda.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Jon Super e Max Nash.

Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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